sabato, febbraio 1

GABBIANI E COLOMBE TRADISCONO BOUDELAIR E PICASSO

Baudelaire ci aveva insegnato a guardare ai gabbiani come a uccelli sontuosi che sanno volare così in alto su nel cielo tra le stelle e i pianeti ma che sulla terraferma appaiono incapaci di camminare come tutte le persone, resi goffi dalla grandi ali accasciate, derisi e additati dalla gente comune che tuttavia non conosce il brivido del volo. Insomma, l’albatros come il poeta, in particolare come il poeta maledetto, incompreso dalla società borghese. Ma, nel tempo, i mutamenti climatici e le abitudini umane diverse hanno reso il gabbiano un uccello “monnezzaro”. Il disvelamento avvenne, ai miei occhi, una decina di anni fa, quando ancora funzionava l’inceneritore della zona falcata. Per sbaglio imboccai con l’auto la salita che portava alle immense fauci del mostro e vi trovai centinaia di gabbiani che divoravano spazzatura. Fuggii via come se fossi capitata in un girone dantesco. Anche le colombe un tempo erano, nel mio immaginario, un candido simbolo di pace; fino a quando a Buenos Aires non mi capitò un terribile incidente. Stavo visitando la plaza de Mayo, sul cui pavimento sono disegnate le sagome dei dissidenti argentini scomparsi sotto la dittatura militare; a un certo punto mi accorsi che appoggiata a un albero c’era una barbona dormiente che teneva in grembo una busta rigonfia. Mi fermo per fotografarla; lei apre gli occhi, ha un sussulto di indignazione per la mia irrispettosità e versa sul pavimento il contenuto del suo sacchetto. Tozzi di pane, tantissimi tozzi di pane bagnato e ammuffito. Come richiamate da un suono imperioso, una quantità impressionante di colombe si riversa sul pane. Una di queste sbanda e mi colpisce col suo ventre molle sulla faccia. La mia reazione fu davvero scomposta. Salto su una panchina di pietra e inizio a urlare con quanto fiato avevo in gola, per cercare di eliminare quella sporca sensazione di schifo. E le colombe di Picasso? Che fine hanno fatto quei volatili pieni di simbolica poesia?

Ma voglio chiudere in bellezza questo excursus sugli uccelli, raccontandovi dei parrocchetti di parco Marullo, il condominio in cui io abito, dopo avere chiesti perdono alla Lipu. Questo grande giardino, un tempo rigoglioso di verde e oggi divorato dalla speculazione edilizia, ospita un altissimo eucaliptus, con le foglie d’argento e le bacche profumatissime. Dentro il grande albero avevano trovato una “tana” una decina di pappagallini verdi di origine esotica, i parrocchetti appunto. Un giorno infausto, il team di giardinieri che governa il parco, decise di potare l’eucaliptus, riducendolo a un troncone desolante. I pappagallini verdi scomparvero. Io non so dove abbaino traslocato e quanto tempo io ci abbia messo per elaborare il lutto della loro perdita. Vi posso dire soltanto che dopo un anno, quando l’eucaliptus ha rifatto la sua ricca chioma, i parrocchetti sono tornati. E ora alle sette del mattino escono dall’albero e sfrecciando felici, cantano, dandomi una fantastico risveglio.

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