mercoledì, marzo 26

MORETTI E CIUCCI, DUE BOIARDONI DI STATO CON L'IDOLATRIA PER IL DANARO

Due boiardi di Stato, Mauro Moretti e Pietro Ciucci, uniti da strepitosa ambizione e idolatria per il danaro, con emolumenti annui stratosferici e risultati pessimi, si ribellano perché Renzi vuole dare un tetto agli stipendi dei grandi manager, ciò che provocherebbe un taglio alle proprie entrate. Descriviamo perciò le due FACCE DI CORNO che si permettono di difendere il proprio orticello (anzi il proprio forziere) senza avere dato in cambio al popolo, stritolato dalle tasse anche per pagare loro, alcunché di significativo. Anzi.
Partiamo da Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Lui che dirige un’Azienda pronta ad  affogare nella bancarotta se non la puntellassero i debiti statali; numero uno di una “intrapresa” priva di concorrenza nella quale i treni regionali sono vecchi sporchi e sempre in ritardo; lui che ha smantellato la rete ferroviaria locale ma considera una cosa straordinaria la superinutile Tav; lui che ha ridotto il Mezzogiorno d’Italia un territorio dove i trasporti ferroviari sono assicurati da catorci polverosi,  che costituiscono disdoro per i cittadini che li frequentano; lui che ha abbandonato la Sicilia al suo destino di terra dove per raggiungere Trapani da Messina ci vogliono nove ore, perché lunghe tratte sono a binario unico; lui che ha interrotto la continuità territoriale sullo Stretto di Messina, riducendo a due i treni che dalla Sicilia vanno verso Roma; lui che ha definito “uno spiacevole episodio” l’ecatombe di Viareggio in cui morirono 33 persone; ebbene, questo Moretti, in passato segretario della Cgil Trasporti, ha la spudoratezza di affermare che se gli tagliano lo stipendio (850mila euro l’anno), senza alcun dubbio, se ne va. Lui forse non ha consapevolezza del fatto che i pendolari del Nord lo detestano, che i siciliani lo disprezzano e che se si togliesse dalle palle sarebbe una goduria generalizzata.
E andiamo a Ciucci. Quest’altro boiardone di Stato è ancora più spudorato. In un’intervista a Repubblica si permette di “piangere miseria”. Si lamenta del fatto che il suo stipendio di amministratore dell’Anas è passato, in una notte, da 750mila a 300mila euro; sostiene che sull’emolumento lordo lui è costretto a pagare il 60% di tasse;  ha l’ardire di affermare che, nonostante lo Stato lo affami, “il suo impegno è lo stesso”. Già, l’impegno. E’ di oggi un’interrogazione al Consiglio regionale di Calabria che chiede le immediate dimissioni di Ciucci per aver preso in giro i calabresi e gli italiani sui tempi di conclusione dei lavori dell’A3. “Per la chiusura dei cantieri sono da progettare e da finanziare ancora 58 chilometri che costeranno tre miliardi e 100 milioni di euro”, denunciano i consiglieri calabresi del Pd e aggiungono “ Per la realizzazione di questa infrastruttura si stanno impiegando più anni di quelli serviti per costruire le Piramidi d’Egitto”. E che dire di Ciucci come Commissario straordinario (dal 2009) per il Ponte sullo Stretto di Messina? La sua azione sembra ispirata al motto “o ponte o morte”. Durante il governo Monti alcuni senatori del Pd hanno presentato un’interrogazione al Ministro Corrado Passera per denunciare il fatto che Ciucci, sostenendo a spada tratta la necessità di costruire la Grande Opera, ha inteso favorire le imprese che avrebbero dovuto costruirlo, Impregilo, Condotte e la Cmc di Ravenna. Determinando effetti devastanti sui saldi di finanza pubblica che prima o poi dovranno essere pagati con i soldi dei contribuenti.
Per concludere, una sorpresa. Ciucci, dice oggi IL Fatto quotidiano, per riportare il suo stipendio agli antichi splendori (750mila euro l’anno), ha chiesto al governo Letta (ottobre 2013) l’emissione imprescindibile di alcuni bond, operazione che farà risalire automaticamente il tetto del suo stipendio (da 300mila a 750mila euro).

Per dare una lezione a questi boiardi di Stato, Matteo Renzi dovrebbe mantenere una delle migliaia di promesse fatte. Ma sarebbe come credere alle fate.

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