lunedì, marzo 31

QUANDO FRANCANTONIO APPLAUDI' UN MIO "NO"

Si pratica un sport popolare in questi giorni a Messina, uno sport che taglia trasversalmente tutte le fasce sociali cittadine, dall’inclita al còlto, dal proletario all’intellettuale, dal giornalista al muratore: parlare male di Francantonio Genovese. Descritto come la sentina di tutti i vizi, la sorgente delle più ignobili speculazioni, la summa delle più ardite malversazioni. A questo sport si dedicano voluttuosamente soprattutto soggetti rosi dall’invidia sociale, persone che fino a qualche mese fa frequentavano, da questuanti, la sua segreteria, brown nose di professione, sfaccendati al bar, popolo insomma, nel senso più ampio della parola.
E io invece ne voglio parlare bene. Con riferimento a un episodio accaduto nel 2003, quando io ero consigliere comunale per la Margherita. E, proprio in questa occasione, voglio finalmente spiegare perché sono entrata nel cerchio magico di Genovese. Facevo televisione, allora,  e avevo una certa popolarità: le persone mi fermavano per strada, ricevevo lettere in cui mi si chiedeva di fare chiarezza su strane vicende, insomma, siccome parlavo chiaro ero gradita a una certa fascia di telespettatori. Un’altra fascia mi considerava invece una “stronza”. Avendo appreso che il prof. Antonio Saitta aveva deciso di fare una lista civica, gli feci una telefonata di incoraggiamento e buttai lì l’ipotesi di una mia candidatura. Ero iscritta ai Ds e l’idea del costituzionalista mi pareva perfetta. Saitta accettò con entusiasmo. Entusiasmo che non ritrovai qualche giorno dopo, quando, recatami nella sua segreteria nuova di zecca, mi sentii dire dall’accademico: “Forse è meglio che tu chieda di entrare nella lista di Francantonio….hai più possibilità di successo..”. Allocchita chiesi veementemente spiegazioni e finalmente il prof tra mille rossori e stentati balbettii, flautò: ”Non sei gradita al rettorato”. In quel tempo il rettore era Gaetano Silvestri, marito di mia sorella. Salto tutti i passaggi intermedi, per arrivare a raccontare la faccenda che mi sta a cuore.
Nel corso dei miei cinque mesi di lavoro al  Comune, come consigliere della Margerita , espressi me stessa e tutta la mia voglia di regole, legalità, giustizia. Una volta arrivò in Commissione una richiesta della monache del Divino Zelo,  di una variante al Piano regolatore, allo scopo di costruire una mega edificio a Fiumara Guardia, per accogliere i pellegrini. In diverse riunioni sostenni la tesi che non bisognava concedere varianti di sorta a un piano già sgangherato di suo. Tutti i colleghi della Margherita erano d’accordo con me. Arriva il momento della discussione in aula. Io noto dei fermenti nei banchi della sinistra. Occhiate perplesse, sguardi in tralice. Poi giunge la spiegazione: l’edificio della monache interessa al prof. Schirò, suocero di Francantonio, quindi i margheritini avevano deciso di votare a favore della variante. Fui presa da ardente indignazione, chiesi la parola e spiegai, con precisione di dettagli, il mio voto contrario. La maggioranza del Consiglio rimase a bocca aperta e il più diretto di tutti, il più naif dei consiglieri, Raimondo Burrascano, mi si avvicinò e disse: “Mai succidìu una cosa simile..”.
L’indomani venne a  casa mia Genovese e suscitando il mio sbalordimento e la mia ammirazione,  dichiarò: ”Hai fatto benissimo, così dimostriamo che la Margherita ha tante anime”.

Io gli credetti. E ancora oggi, anzi soprattutto oggi, ricordo l’accadimento con gratificazione.

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