martedì, maggio 20

CASO GENOVESE: LO SPREGEVOLE VOLTO DELLA POLITICA

Ci sono due foto iconiche atte a raccontare, in lancinante sintesi, il caso Genovese: quella del grillino Manlio Di Stefano, che descrive i prodromi del dramma, facendo, con i polsi incrociati, il segno delle manette. Lo scatto è del sabato 17 maggio, in tarda mattinata, nell’aula di MOntecitorio. Il viso rozzo, greve esprime l’arroganza del figlio del popolo che esulta di fronte alla disgrazie di un privilegiato; lascia intendere la livida schiuma dell’invidia sociale; denuncia, con l’ausilio della fronte spaziosa, la vacuità culturale, il trionfo di una ineliminabile ignoranza. Costituisce insomma la versione giovane e plebea del più bieco grillismo. L’altra foto è scattata a Messina, e ritrae Francantonio Genovese nell’auto del suo avvocato Nino Favazzo. Ambedue hanno un’espressione grave, sconsolata. Più amara addirittura quella di Favazzo mentre al suo fianco Genovese fa un gesto con la mano destra, quasi a proteggersi dalla canea sterminata di giustizialisti che si scateneranno dappertutto, nei giornali, nei palazzi della politica, nelle sedi giudiziarie, nei bar, nelle piazze , nei tinelli, nei cortili. Sembra voler fermare, Francantonio, con quella mano aperta dinnanzi al suo viso, il dolore della sconfitta, le lacrime dei figli, la delusione del tradimento di un partito, il Pd, rivelatosi, con il voto palese di Montecitorio, un simulacro del glorioso Pci, una congerie sbrindellata di tristi figuri che, sotto la spregiudicata spinta dell’effetto Renzi,  e per paura del sorpasso penta stellato, danno luogo alla propria vile determinazione.

Oggi tutto questo è già storia. Genovese dimostrando un distacco aristocratico dai vari Dell’Utri o Matacena, con la falcata di un re ha raggiunto, nella casa circondariale di Messina, la stanzetta dove dovrà trascorrere il tempo necessario perchè “la giustizia faccia il suo corso”, per usare un luogo comune. Certamente rifletterà, si imputerà superficialità o errori, rifarà ossessivamente il percorso che lo ha portato fin lì, si rimprovererà quell’ eccesso di familismo che ha fatto indignare i magistrati o l’avere dato fiducia eccessiva ad alcuni componenti del suo cerchio magico. Forse leggerà i giornali, mettendo a fuoco inesattezze, giudizi feroci, moralismi. Ma certamente sorriderà, alla sua maniera, nel leggere alcune dichiarazioni come quelle di Piero David, giovane economista (a cui voglio bene)  che si lancia in una inopportuna  tirata sulla casta e sui potentati, come se fosse nato ieri o  di Antonio Saitta, ottimo costituzionalista, che gli imputa i propri fallimenti nella qualità di aspirante sindaco o deputato, dimentico della oggettiva constatazione di essere, in politica, uno sfigato, qualunque sia il padrino che si sceglie, da Genovese alla Finocchiaro.

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