domenica, luglio 27

IL PUPO DI CARNE DI GERI VILLAROEL, OVVERO IL MEMBRO CHE SGOMITA

Geri Villaroel
Avrebbe voluto, con tutto il suo essere, scrivere “Il Gattopardo”, Geri Villaroel. E invece ha dovuto accontentarsi soltanto de “Il pupo di carne” (ediz. Giuseppe Laterza, Bari), titolo inquietante, materico, decisamente bruttino. 

Il racconto, che vuole avere un respiro epico, in realtà è semplicemente la storia di un giornalista, Fernando Corvera,  che nasce e cresce da “vitellone” in Sicilia e che, complice una famiglia benestante, viene spedito a Roma, dove per merito di uno zio avvocato riesce a trovare lavoro in un quotidiano prestigioso. 

Fernando-Geri, sono chiari i riferimenti autobiografici, ha una autostima che sfiora la paranoia, immagina di essere inviato a fare servizi specialissimi, in ogni occasione dimostra di avere una cultura enciclopedica, spazia dalla storia patria alla letteratura, dalla musica operistica al cinema, aggredendo il lettore con dei pistolotti (nutriti da Internet) e farcendo il romanzo di citazioni puntigliose, consapevole dell’assunto che le citazioni sono come il “beige”, vanno su tutto. 

Nell’enfasi letteraria Fernando-Geri inventa metafore che sembrano ossimori: descrive all’inizio un cane dallo sguardo “insolente e disperato”, verso la metà del racconto pennella una donna come “ossuta, biondastra, con la faccia inespressiva e allampanata (ma quando mai una faccia può essere allampanata!) tuttavia appetibile”; e ancora gli “mettono allegria i rami fioriti di magnolie che, ricolmi di passeri, pendono macilenti”; La Madonna della Catena esce dalla chiesa “maestosa e traballante” e, verso la fine, i “tuoni sono strombettanti”; mentre dall’inizio alla fine il suo “membro sgomita”. Già, il sesso. Fernando-Geri è un pansessualista. Donne dall’appeal sconvolgente gli crollano ai piedi , e lui invece di scoparsele, racconta, pudico, che “fanno all’amore”.

Le memorie poi, storiche, sociali, esistenziali di Fernando-Geri sono micidiali: ti porta per mano nei meandri del fascismo, la fuga di Vittorio Emanuele ,la resistenza, la cacciata dei tedeschi, il sessantotto, il rapimento Moro, il divorzio, le torri gemelle, la tragedia dei migranti..insomma una miscellanea che vorrebbe apparire di respiro cosmico, in realtà si appalesa come una marmellata, una sorta di grappolo di riflessioni deliranti sul lettino dello psicanalista. 

E, se ci rifletti un attimo, tutta la faticosa impresa letteraria di Villaroel,  appare come una di quelle conversazioni di cui ti gratifica Geri, nel corso di un incontro casuale sul Viale san Martino, quella “vasca” che lui, giovanotto aitante, vanesio e mondanaccio, negli anni cinquanta, percorse su e giù, con gli amici vitelloni, parlando di femmine e di “schiticchi”. Argomento, quest’ultimo, nella trattazione del quale, Geri raggiunge punte di autentico lirismo. 


Adele Fortino


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