mercoledì, dicembre 10

TREMESTIERI, IL PORTO INSABBIATO E DIMENTICATO

La scena che si presenta all’osservatore se, dalla strada che porta a Galati, guarda il porto di Tremestieri, appare surreale: un isolotto di sabbia fa bella mostra di sé protetto dalla diga, al limitare della stessa diga c’è un pontone della ditta Scuttari fornito di una gru con una draga; questa si tuffa nel mare, preleva una quantità di sabbia dal fondale, fa un giro di 180 gradi e la riversa dall’altro lato del pontone, sempre nel mare.


A prima vista ricorda la famosa buca di Keynes, l’economista che, con l’esempio della buca, indicava una strada semplice per combattere la disoccupazione. Invece l’ing. Francesco Di Sarcina, dirigente dell’Autorità portuale, ci racconta che quel dragaggio che appare insulso in realtà tenta di liberare dalla sabbia un monumentale pezzo di banchina (18 metri) che, nel lontano 2009, causa una violenta mareggiata, si staccò dalla diga e ora deve essere recuperato (finora sono stati spesi 3 milioni di euro nell’arco di 3 anni piuttosto che di 3 mesi, come aveva promesso Di Sarcina). Questo la dice lunga sulle sorti del porto di Tremestieri, finito di costruire nel 2006 male e in mare aperto, contro tutte le leggi della fisica.



Eppure, negli anni 80, l’ing. Domenico Longone aveva perso il fiato per sconsigliare, con serissime argomentazioni tecniche, la localizzazione dell’approdo che avrebbe dovuto liberare il centro di Messina dal passaggio dei Tir. Aveva sostenuto la “Cassandra dello Stretto” che, proprio in quel punto la corrente scendente da sud si sarebbe incontrata con l’onda da nord  e il porto sarebbe stato inservibile per la maggior parte dell’anno, perché soffocato dalla sabbia.


Parole sante e inaudite. Nel 2001, dietro la spinta di movimenti popolari (in capo il Comitato “La nostra città” di Saro Visicaro), di alcuni tragici incidenti stradali dovuti al sovraffollamento dei tir al centro, e delle risultanze della Commissione Misiti che a lungo aveva lavorato sul problema, si decise in fretta e furia di utilizzare l’area di Tremestieri. L’allora sindaco Turi Leonardi, scrive all’allora ministro Scajola, supportato dall’establishment di Forza Italia (Crimi, Garofalo, Micicchè ecc), nomina l’allora prefetto Giosuè Marino quale commissario per l’emergenza traffico; parte così, con un progetto firmato dall’ing. Giuseppe Mallandrino (per le opere a mare) e da Cesare Fulci e Giovanni Miceli (per quelle a terra),  affiancato dalla società Tecnis (di Mimmo Costanzo e Concetto Bosco), l’operazione “secondo approdo a sud”. Su questo progetto sono state dette, a buon diritto, tante cose pessime: in primis che era sbagliato il disegno del porto (la diga era corta ma soprattutto ampia, non seguiva la linea del litorale e quindi  avrebbe favorito l’entrata della sabbia), si è pure detto che il cemento usato fosse depotenziato, si è detto persino che parte del progetto era stata copiata dal progetto del porto di Riposto, insomma una congerie di fattori (malaffare, insipienza, superficialità)  ha determinato quella che è la storia di oggi.

Tremestieri finora è costato  17 milioni di euro per la realizzazione e 3 milioni di euro per la continua manutenzione, una sorta di esasperante tela di Penelope, rispetto alla quale c’è poco da fare. Si potrebbe sperare nel secondo porto già progettato, ma servono 80 milioni di euro e un tempo oscillante tra 4 e 8 anni, sempre che tutto vada per il verso giusto.


L’opinione pubblica è incline a pensare che, in tale caos, chi ha beneficiato del completo fallimento di un’opera fondamentale per la città, sia il Gruppo Franza, “costretto” a dovere usare la rada San Francesco, punto ideale dal quale far partire le navi da e per il continente. Ma Vincenzo Franza, replica : “Noi abbiamo presentato un nostro progetto con la Grandi Lavori Fincost e con la relazione tecnica del prof. Noli, nel 2001. Poi nel 2005, visto che le cose andavano malissimo, abbiamo dato incarico al prof. Leopoldo Franco di Roma3, di valutare il progetto della Tecnis e l’illustre docente di Ingegneria marittima sentenziò "il molo è una struttura esile ed è a continuo rischio di collasso”.

In questo scenario prevalentemente immobile, l’amministrazione comunale, capeggiata da Renato Accorinti, sembra essersi volatilizzata. Il sindaco si limita a fare pistolotti moralistici sull’altare dell’onestà, promettendo denunce per chi traligna, creando un clima integralista dagli effetti paralizzanti, ma, in realtà, facendo precipitare tutto in una palude vischiosa.

Commenta un’arguta filosofa: “Da un anno si parla a Messina di onestà al potere, ma se io salgo su un aereo cosa chiedo per prima cosa,  se il pilota sa guidare bene il mezzo sì da portarmi sala e salva a destinazione ovvero se è semplicemente onesto?”


Adele Fortino


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