martedì, gennaio 20

CASO CUFFARO: E SE ALCUNI MAGISTRATI RILEGGESSERO BECCARIA?

Già nell’ottobre 2013 Totò Cuffaro, detenuto modello da quattro anni a Rebbibia, chiese alla Cassazione di essere affidato ai servizi sociali. Voleva andare a lavorare da Biagio Conte, il missionario laico che a Palermo gestisce le missione Speranza e Carità. Ma dai giudici partì il “niet”. Cuffaro spiegarono, non ha fatto i nomi di chi gli forniva le informazioni utili per aiutare il boss Giuseppe Guttadauro a sottrarsi alle indagini”.


Il 27 febbraio 2014, la madre (ma forse sarebbe più logico ipotizzare la famiglia che aveva sperato nella concessione dei servizi sociali e senza consultarsi con il parente detenuto) consegna al maresciallo dei carabinieri di Raffadali una domanda di grazia indirizzata a Napolitano.
Infine a dicembre 2014 è lo stesso Cuffaro a chiedere al giudice di sorveglianza il permesso di recarsi in Sicilia per andare a trovare la madre ammalata di Alzheimer. La risposta della “giustizia” è agghiacciante: proprio per il fatto che la donna ha perso la memoria è del tutto inutile la visita del figlio perché non lo riconoscerebbe.



Ora, a mio avviso, la persona che ha sperimentato la amaritudine del carcere è degna di comprensione umana. A fortiori se, in quell’eterno lasso di tempo in cui si perde la cognizione spazio-temporale, chi subisce la pena tiene un comportamento rigoroso, merita considerazione e rispetto. Se io fossi ministro della giustizia imporrei a tutta la casta dei magistrati di ri-leggere una volta l’anno, un librettino prezioso, “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Certamente l’illuminato giurista settecentesco potrebbe aiutarli a conferire umanità a certa maniera di amministrare giustizia. Adele Fortino

Nessun commento:

Posta un commento

Recent

recentposts

Lettori fissi

Random

randomposts

Blog Archive