venerdì, giugno 19

LA GIUDICHESSA CHE PUNISCE IL RAGAZZO

Il ragazzo, Luigi Genovese, appena ventenne, segue con appassionata attenzione le fasi dell’udienza del processo “Corsi d’oro”. E’ venuto nella sua città (Luigi studia giurisprudenze a Roma) perché aveva desiderio di vedere il padre, attualmente –anzi, da centocinquanta giorni- recluso nella casa circondariale di Gazzi. Si può intuire lo stato psicologico di un giovane, passato attraverso le forche caudine del provvedimento giudiziario relativo al padre e ancora immerso in un contesto troppo gravoso per la sua età. Tensione, dolore, impotenza, voglia di riscatto. Insieme a lui, in piedi e attente, la madre e la zia Elena. Sta deponendo il teste Polizzotto che fa una ricostruzione gradita a Luigi, il quale, gratificato da ciò che  considera un brandello di verità, pone di scatto una mano sull’altra, quasi a mimare un applauso, senza però lo schiocco dei palmi . La presidente, Silvana Grasso, che ha identificato gli astanti, si irrita al gesto spontaneo, istintivo e persino  comprensibile  di Luigi, lo trova irriguardoso nei confronti della solennità del luogo, della serietà della Giustizia, delle severità che le circostanze impongono. Dimentica della propria umanità, dell’essere donna, delle comprensione che un magistrato ha l’obbligo di coltivare nel proprio ruolo istituzionale, reagisce di scatto e con accenti striduli chiama i carabinieri ai quali impone di sbattere fuori dell’aula il ragazzo. Alleluja, Giustizia è fatta. Adele Fortino

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