lunedì, marzo 14

CRISTO SI E' FERMATO A IDOMENI

 Mi indigna la inettitudine dell’Europa ad affrontare la disperante vicenda dei migranti. I servizi televisivi e le foto sui giornali mi fanno rabbrividire. Cosa significano i fili spinati ai confini che creano una sorta di carcere a cielo aperto? Che significano i lacrimogeni contro i disperati? Che schifo di civiltà è questa che scaccia famiglie che fuggono da una guerra devastante come quella siriana? Cosa vuol dire la parola confine in un mondo globalizzato? Come si fa a non rendersi conto che questo immane esodo ha cominciato a cambiare il nostro mondo? E come si fa a non vedere che a furia di trattare questa epocale trasformazione solo come una questione di ordine pubblico, il nostro mondo è andato in frantumi? Basterebbe, sosteneva giustamente qualcuno, che l’Europa, forte dei suoi 500 milioni di abitanti, fosse capace di accogliere un paio di milioni di profughi anzicchè progettarne l’espulsione in Turchia, in quello che, al momento, è lo stato meno liberale di tutta la compagine occidentale. Ma cosa fanno al Parlamento europeo? Di che cosa stanno parlando? Di un mondo che non esiste più?



La verità è che da quando è arrivato lo tsunami dei rifugiati siriani, la Unione europea si è trovata senza una comune politica dell’asilo, una comune definizione dei paesi non-europei da considerare a rischio, una comune polizia di protezione delle sue frontiere esterne. Possiamo prendercela con il premier ungherese Orban (fascistazzo senza anima) o col cancelliere austriaco Feyman (idem) perché chiudono le frontiere dei loro paesi ma dobbiamo prima di tutto avere presente che siamo di fronte a un sistema della politica migratorie che non consente di giungere a decisioni efficienti e vincolanti. Un primo passo potrebbe essere una cooperazione volontaria tra quegli stati europei che concordano sulla necessità di giungere alla gestione sovranazionale del problema dei rifugiati.



Ma nulla si muove. La paralisi è totale. E, ormai da un mese, 15mila sventurati vivono bloccati al confine tra la Grecia e la Macedonia alla disperata ricerca di un passaggio tra i fili spinati in un confine che descrive più di ogni altro la difficoltà di  trovare una voce unitaria dell’Europa sui profughi. Con Carlo Levi mi viene da pensare che Cristo si è fermato a Idomeni.

Per concludere. Le classifiche nazionali raccontano che “Fuocoamare”, il film di Gianfranco Rosi sui migranti a Lampedusa, ha fatto un incasso totale di 572mila euro mentre “Quo vado”, di Checco Zalone, è arrivato a toccare i 59 milioni di euro. E’ prova provata questa che viviamo in un Paese à la carte, sguazzando, inconsapevoli, in una società liquida. Adele Fortino

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