sabato, aprile 2

IL DECADIMENTO DEL TEATRO V.EMANUELE


Lo dico subito. Finito il secondo atto, dopo avere ascoltato la celeberrima aria di Musetta (una Paola Cigna fantastica), sono andata via dal teatro Vittorio Emanuele. Perché interrompere a metà il godimento della sublime musica di Bohème? Ve lo spiego subito. Mi è sembrato che rimanere lì, subendo quello che la città nel suo complesso e il V.Emanuele in particolare mi propinavano (Cigna a parte), avrebbe significato, ai miei occhi, avallare quanto di modesto e di frustrante era contenuto in questa serata. Iniziamo dal pubblico. Indisciplinato. Mormorii e parlottii, gli immancabili colpi di tosse, in alcuni settori un clima da dopolavoro ferroviario.



 C’era un bambino, in particolare, forse parente di qualche corista, che fortemente raffreddato respirava come un mantice impazzito. La mamma cercava di soffiargli il naso ma i fazzoletti venivano estratti da una custodia di cellophane che produceva un rumore agghiacciante. Molti spettatori sono arrivati in ritardo, persino dopo il primo atto e il personale, piuttosto che rimandarli indietro, li  accompagnava ai loro posti. In sala regnava un caldo bollente. Ma il delirio nevrotico arrivava con l’orchestra la quale suonava con toni talmente acuti da sovrastare la voce dei cantanti. Quel golfo mistico appariva come un contenitore di suoni strazianti che rovesciava musica ma senza disciplina. La regia non brillava per soluzioni sublimi: il massimo della fantasia si manifestò quando Mimì, per eseguire “ma quando è primavera il primo suono è mio” esce su un balconcino e apre le braccia al “suo sole”. Non vogliamo cadere nel luogo comune di considerare questo scartellato teatro come la immagine di una città in deliquio. Dico soltanto che tanta mediocrità genera frustrazione e uccide la bellezza. Tout court. Adele Fortino

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