domenica, luglio 31

LO SGARBO A SGARBI

L’altra sera a “In onda” c’era Sgarbi. Appariva imbolsito, colorito bianchiccio, camicia bianca a sottolineare il pallore spettrale. Era visibilmente annoiato, privo di energie brillanti, in una parola scoglionato. Quindi decise di risolvere la sua serata sparando a raffica una serie di cattive parole, un turpiloquio volutamente colorito, una teoria di insulti gratuiti che da un lato facevano divertire quei due ragazzacci di Parenzo e Labate, seguiti dalle sghignazzate di Cirino Pomicino, vecchio maiale e dall’altro lasciavano basito Migliore che balbettava recriminazioni sbrindellate, colto assolutamente alla sprovvista.



Fu questo contesto che mi fece affiorare una memoria: se avrete la pazienza di leggermi, ve la racconto.


Quella sera, si era già in aprile, entrai nel chiostro di Palazzo Firenze a Roma alle diciassette e trenta in punto. Un grande manifesto annunciava che proprio in quella sede, e cioè nella fondazione Dante Alighieri, sarebbe stata inaugurata una mostra di disegni sulla Vita Nuova del sommo poeta. C’era poca gente, in prevalenza agée. Spiccava tra tanta vetustà una specie di gnoccolona con la faccia appesantita da un trucco eccessivo e tacchi altissimi a sostenere due gambe grassocce. Sarà la segretaria di Sgarbi, pensai. Il quale, per telefono, qualche giorno prima mi aveva comunicato che aspettava con ansia di vedermi a Roma. C’eravamo conosciuti a Rimini nel corso di un congresso della Margherita e dal badge appeso al mio collo aveva memorizzato il mio nome e quindi mi aveva chiamato. “Voglio rivedere una donna dal bel viso”. E aveva aggiunto: “Non credo che tu, dando prova di inciviltà e imbarbarimento, mancherai all’appuntamento”. E io non mancai. Non potevo rinunciare a conoscere meglio una uomo che, pur avendo gli occhi pieni di Pier della Francesca e Botticelli, trovava “bello” il mio viso… Lui arrivò con venti minuti di ritardo, parlò di tutto tranne che dei disegni esposti, sparò a raffica il più icastico dei turpiloqui, rievocò infanzia, amici importanti, aneddoti. La solita paccottiglia del Narciso. Disse infine che Rutelli e Veltroni erano due cazzoni. La gente gli andò incontro, gli chiese autografi, lo incensò, insomma lo chiuse in un abraccio asfissiante. Quando i fanatici si diradarono io mi avvicinai. Ci mise un bel poco a riconoscermi ma quando finalmente mi focalizzò, mi venne incontro e mi baciò a lungo la mano, proprio con le labbra appiccicate a schiocco.




 Fu a questo punto che si consumò l’incidente: qualcuno gli comunicò un messaggio negativo da parte di Berlusconi. Sgarbi impazzì. Si mise a camminare su e giù per il chiostro, dove ormai faceva un gran freddo, con nevrotiche falcate, gridava, gesticolava, tirando fuori il frasario colorito delle grandi occasioni. Stufa, mi avvicinai e gli annunciai: “Vado via”. “Perché?”, chiese lui. “Perché fare parte del corteo di un divo mi rompe”. Lui di botto: “Non fare l’idiota, ora andiamo a casa”. Questo annuncio mi fece agitare. Sgarbi mi teneva d’occhio, appena io, tentando una fuga, mi allontanavo verso il grande portone di pietra, lui, sempre urlando al telefono, mi seguiva. A una certo punto mi arpionò con la mano sinistra, mi accarezzò il collo e poi mi strinse in un abbraccio maschio. “Andiamo a vedere la mostra, in fondo io sono pagato per questo…”. Entrammo. Lui mi lanciò la sfida. “Quale quadro ti piace di più?”. “Quello”, risposi senza  esitazione. Avevo infatti apprezzato un ragazzo di spalle con un culetto che rimandava al giovinetto di Mothia. “Hai ragione”, disse lui, “è il migliore”. Poi si voltò verso di me  e disse: “Ma lo sai che sei un’isterica tu?”. Altra gente, altre telefonate, altro cazzeggio. Mi inabissai nella toilette. Quando uscii nel chiostro Sgarbi era davanti all’automobile con autista, dietro era pronta anche la scorta. “Ero certo che te ne fossi andata” e mi aprì la portiera. Partimmo alla volta di via dell’Anima 31/A. Atrio raffinatissimo con portiere gallonato assiso a un fratino di antica fattura. Niente scale, solo una rampa a chiocciola lastricata di mattoncini rosso cupo. Sgarbi, a grandi passi, saliva verso casa parlando contemporaneamente con camerieri autisti segretari attachès. Una colf in divisa aprì la porta




. Con una certa emozione entrai nel Vittoriale di Sgarbi (ne avevo letto molto). Lo stesso moud si respira nella villa di D’annunzio sul Garda, pensai. Quadri, mobili, tappeti, broccati, arazzi, bassorilievi, sculture, tutto sovrapposto su più strati, forse il risultato di una sorta di horror vacui. Seguendo l’onda arrivai nella stanza di fondo; fui attratta da un balcone, mi affacciai e trovai, sontuosa come sempre, Piazza Navona. Sgarbi mi raggiunse, mi si appoggiò sul derrière (ma io non provai alcun brivido animale) e mi strinse in una sorta di abbraccio. In quel momento un signore intruppato in una famigliola tuonò: “Buonasera , onorevole”. L’imprecazione di Sgarbi forse fu avvertita persino dai quattro fiumi marmorei che da più di trecento anni avviluppano la fontana di mano berniniana. Rientrammo a precipizio. Si imponeva un chiarimento. Dissi con decisione scandendo le sillabe: “Il non ho alcuna intenzione di scopare con te”. “E con chi vuoi scopare?”, chiese lui sbalordito. “Con nessuno. Mostrami la tua casa,  è questo che mi intriga, dimmi chi l’ha progettata e poi vado via”. Borbottò: ”Tu mi sembri stronza”. Poi quasi sollevato, (in realtà penso che a lui interessi solo la fase della seduzione), mi prese per mano e quasi correndo, come se fosse di fronte a uno sforzo sovrumano, mi trascinò lungo tutto il corridoio, fino alle due camere da letto che erano cupe e angosciose, come il resto degli ambienti, bardate con altissimi baldacchini di velluto rosso scuro e verde petrolio. Disse: ”La casa è stata disegnata dal Borromini e anche gli affreschi del soffitto sono suoi”.




 Poi, quasi a colmare un vuoto, mi porse una rivista di carta patinata dove c’era un lungo banalissimo servizio sulla sua persona. Tornò a suonare il telefono. Mi allontanai furtivamente verso la porta di ingresso che era mimetizzata da una imbottitura rivestita di broccato, tastai con le dita il tessuto, alla fioca luce delle appliques trovai la maniglia della porta. Sulla rampa di cotto, il cuore mi cantò. Corsi verso l’uscita, il portiere gallonato era scomparso,  azionai il chiavistello del portone e fuggii nella pioggia. Adele Fortino

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