domenica, dicembre 18

" LE SORELLE MACALUSO" AL V.EMANUELE INCANTANO IL PUBBLICO

Peccato che, straniati dalle feste natalizie, molti messinesi abbiano rinunciato a godere, al Teatro Vittorio Emanuele, dello spettacolo scritto e diretto dalla inimitabile regista Emma Dante, “Le sorelle Macaluso”.
E, peccato che, privi di microfoni individuali, i bravissimi attori non siano stati in grado di far giungere le parole del testo a un pubblico attentissimo e stregato.



Perché la storia delle sette sorelle palermitane, instancabili amazzoni capaci di sfinirsi senza mia perdere il controllo del corpo e delle emozioni, coinvolge, attrae, turba.  In un imprecisato luogo della Sicilia, le sette protagoniste si ritrovano a un funerale: dal buio, dopo un assolo di danza (serpeggia il ritmo di Pina Bausch), il plotone di donne, tutte rigorosamente in nero, avanzano a passi teutonici, fino a ritrovarsi un attimo dopo sotto una croce a mo’ di vessillo. La famiglia Macaluso si ritrova  a contare i morti e a tirate fuori da un inconscio profondo, verità brutali, rinfacci, sensi di colpa, dinamiche familiari tra le più spiazzanti, chiarimenti a posteriori. Dalle tute nere, emergono la ragazze di un tempo vestite di abitini fiorati e poi ancora fasciate da un costume da bagno che rimanda al primo loro straziante impatto con la morte. La morte di Antonella (così mi pare si chiami la ragazza) deceduta sott’acqua, causa un gioco finito male, proprio la prima volta che le inesperte creature vengono condotte al mare dal padre. Dal merdaiolo, come lo definisce la sorella grassa e linguacciuta, cresciuta in una comunità perché troppo ribelle e deviante.



 Dietro le sette sorelle, il mondo dei morti, confortevole e in penombra, dove il padre e la madre danzano un poetico ballo senza peso, come farfalle bianche ruotanti intorno a una luce abbagliante. E, il ragazzo, figlio di una delle sorelle, con la passione del  calcio, si esibisce nell’incontenibile gesto motorio dell’allenamento, muovendosi come fosse di gomma, finendo con lo stramazzare a terra, vittima di un congenito vizio cardiaco.

Il linguaggio è dirompente e squassante, il tema della vita e della morte risulta ancora un binomio indivisibile, potente, continuamente da esplorare, sempre all’interno di un nucleo familiare. Luogo prediletto di conforto e, al tempo stesso, di profonde infelicità. Adele Fortino

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